Ci sono persone che sanno che dentro di loro sta succedendo qualcosa, senza sapere che cosa. Il cuore batte più forte, la nuca è rigida, la giornata pesa, e la domanda «che cosa provi?» resta senza risposta. Alessitimia indica questa difficoltà a identificare le proprie emozioni e a metterle in parole. Non è una diagnosi, non è freddezza di carattere e soprattutto non è un'assenza di sentire.
Che cosa indica la parola
Il termine è stato coniato all'inizio degli anni 1970 dallo psichiatra Peter Sifneos, a partire dal greco: letteralmente, nessuna parola per le emozioni. Descriveva pazienti capaci di raccontare la propria giornata nei minimi dettagli, ma bloccati non appena dovevano dire che cosa quella giornata avesse fatto loro.
L'alessitimia non compare né nel DSM-5 né nell'ICD-11 come disturbo autonomo. È un tratto transdiagnostico: una caratteristica distribuita per gradi nella popolazione, presente in diagnosi molto diverse senza appartenere a nessuna. La si ha più o meno, e la soglia che separa il livello «alto» dal resto è una convenzione statistica. Le stime nella popolazione generale si collocano spesso intorno a una persona su dieci, con grandi differenze a seconda dello strumento e del Paese.
Tre difficoltà, un questionario
Lo strumento più utilizzato è la TAS-20, una scala autosomministrata di venti item, che scompone il tratto in tre fattori.
- Identificare le emozioni: distinguere la rabbia dalla paura, la tristezza dalla stanchezza, e separare l'emozione dalle sensazioni corporee.
- Descriverle agli altri: trovare le parole, al momento giusto, per qualcun altro. Alcune persone si riconoscono piuttosto bene dentro di sé e si bloccano soltanto qui.
- Pensiero orientato all'esterno: una preferenza marcata per il concreto, i fatti, i meccanismi, piuttosto che per il mondo interiore.
Questi tre versanti non vanno insieme: si può essere alti sui primi due e bassi sul terzo, che è anche il fattore più discusso sul piano psicometrico.
Un'obiezione ritorna spesso, ed è solida: chiedere con un questionario di valutare la propria capacità di riconoscere le emozioni significa chiedere di usare proprio lo strumento che manca. Da qui le versioni valutate da un osservatore. Un punteggio ha senso solo se discusso con un professionista.
Non è un'assenza di emozione
È questa la confusione centrale, e fa danni. L'emozione c'è: il corpo reagisce, l'umore cambia. Ciò che si inceppa è la fase del riconoscimento e della messa in parole, non la produzione del sentire. Una persona fortemente alessitimica può piangere a un funerale, legarsi profondamente e restare incapace di spiegare che cosa le stia succedendo dentro.
Da qui nascono malintesi tenaci. Il silenzio viene letto come disinteresse, un volto poco espressivo come disprezzo, e il «non lo so» come un rifiuto di collaborare, mentre spesso è la risposta più onesta.
Il falso mito più stigmatizzante fa dell'alessitimia un sinonimo di mancanza di empatia, o addirittura un indizio di psicopatia. È falso, e va detto con chiarezza. La difficoltà riguarda anzitutto le proprie emozioni; la fatica a decodificare quelle altrui, anch'essa frequente, assomiglia a una lettura rallentata, non a un'indifferenza. Nulla di tutto ciò esonera dalle proprie responsabilità: non saper nominare ciò che si prova non autorizza a ferire.
Il corpo prima delle parole
Molte persone descrivono lo stesso percorso: prima un segnale fisico, l'emozione dedotta dopo, a volte ore più tardi. Una mascella serrata diventa rabbia una volta finita la riunione. Una stanchezza inspiegabile si rivela tristezza il giorno dopo.
Questa via corporea spiega perché l'alessitimia sia studiata da tempo nella medicina psicosomatica. Spiega anche un rischio pratico: senza un riferimento emotivo precoce, si va avanti finché il corpo regge, e ci si accorge dell'esaurimento quando si è già instaurato.
L'ipotesi di un legame con l'interocezione, la percezione dei segnali interni, è molto studiata nella ricerca, con risultati reali ma eterogenei: una pista seria, non una spiegazione acquisita.
Con che cosa si sovrappone
L'alessitimia è nettamente più frequente nelle persone autistiche, in una proporzione che diverse rassegne collocano intorno alla metà. Non per questo è un tratto autistico: la maggior parte delle persone fortemente alessitimiche non è autistica, e molte persone autistiche non lo sono affatto. Un'ipotesi influente, ancora dibattuta, propone che una parte delle difficoltà emotive attribuite all'autismo dipenda in realtà dall'alessitimia che spesso lo accompagna.
La si ritrova anche a tassi elevati nell'ADHD, nella depressione, nei disturbi d'ansia e nel disturbo da stress post-traumatico. Da qui una distinzione utile: l'alessitimia detta secondaria compare o si aggrava sulla scia di una depressione, di un trauma o di una malattia, e può poi rientrare, mentre la forma detta primaria assomiglia a un funzionamento di fondo. Solo il tempo permette di distinguerle.
Due vicine da non confondere: l'anedonia, perdita del piacere e non perdita delle parole, e l'ottundimento emotivo che certi trattamenti possono indurre, reversibile e da discutere con il medico che li prescrive.
... e la vita amorosa
È lì che il tratto si fa sentire di più, perché la vita di coppia si regge su una domanda a cui l'alessitimia risponde male: «che cosa provi?». Posta in modo aperto, produce spesso un vuoto, e poi irritazione da entrambe le parti.
Ciò che aiuta davvero è raramente spettacolare. Domande chiuse invece che aperte: una scelta tra due parole, oppure chiedere se è più stanchezza o più fastidio. Il tempo: accettare che una risposta arrivi il giorno dopo senza trattare quel ritardo come una scappatoia. Lo scritto, che lascia cercare le parole senza il peso dello sguardo. E il passaggio dal concreto: che cosa è successo, che cosa è stato duro, che cosa manca, piuttosto che il nome dell'emozione. Molte coppie finiscono per costruirsi un vocabolario tutto loro, a volte una semplice scala numerica quando la parola non arriva: non una stampella, una lingua comune.
L'etichetta, invece, non predice quasi nulla di ciò che conta: né l'attaccamento, né la fedeltà, né la capacità di prendersi cura. Non dice neppure chi debba fare lo sforzo. Due trappole simmetriche sono in agguato: il partner che diventa traduttore permanente e si esaurisce, e la persona interessata che si trincera dietro la parola per non tentare più nulla. Il tratto è dimensionale, quindi lavorabile: il vocabolario emotivo si arricchisce con l'allenamento o con un accompagnamento, lentamente, senza garanzia ma raramente senza effetto.
Quanto a parlarne, non esiste un momento giusto stabilito in anticipo. Nominare un bisogno concreto spesso basta: dire che serve un po' di tempo prima di rispondere alle domande difficili dice molto più di un termine tecnico buttato lì al primo appuntamento.